La prima morte e la trasmissione del mito

Quando qualche mese fa mi era stato suggerito di pensare alla prima morte di cui mi ricordassi (ne ho scritto qui), mi sono chiesto in ambito mitologico dove se ne parlasse.
Ricordavo vagamente qualche mito con cui ho più familiarità, ma avevo delle lacune, tutt’ora non colmate.

Racconti di mutamenti brutali

Nonostante la presenza di innumerevoli divinità legate alla morte, del primo decesso sono in pochi a parlare. Nei miti scandinavi c’è l’uccisione di Ymir, il primordiale gigante del ghiaccio, con il cui corpo Odino e i suoi due fratelli danno forma al creato; nel Vecchio Testamento la prima morte è l’assassinio di Abele per mano di Caino; in un mito Maori che mi ha molto incuriosito, la divinità della morte è Hine-nui-te-pō, una semi-dea che si suicida per la vergogna dopo aver scoperto le proprie origini e diviene così la divinità dell’Oltretomba e della Notte; tra i Pima, Nativi Americani, circola la storia di come Coniglio morì a causa dei morsi di Serpente-a-sonagli, quest’ultimo infastidito dall’essere costantemente scosso per sentire il sonaglio vibrare, e di come le altre creature non sapessero come disporre del cadavere, non essendocene mai stato uno prima.
Ciò che si nota da questi pochi esempi è che il morire è sempre conseguenza di un atto violento: la prima esperienza della morte, la consapevolezza della possibilità di uno stato “altro” rispetto alla vita, avviene nel sangue. Sebbene non indistintamente valido per tutti gli episodi citati, mi si presenta un parallelismo proprio con la vita umana e animale che ha la sua origine nel sangue e, in un certo senso, dalla violenza.

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Il semi-dio Māui tenta l’approccio sbagliato con Hine-nui-te-pō

Racconti di condanne alla vita

Ci sono altri miti, poi, in cui viene narrato l’arrivo della Morte nel mondo, ad esempio l’apertura del vaso per mano di Pandora; nel Vecchio Testamento la morte è conseguenza della cacciata dal Giardino dell’Eden; presso i Tiwi delle Isole Bathurst e Melville in Australia, Purukapali in seguito alla morte del figlio condanna l’umanità allo stesso destino.
Quello che avviene in questo genere di racconti è la conseguenza della trasgressione di un comandamento o di un tabù. A differenza che in quelli citati prima, il cambiamento riguarda più la presa di coscienza dell’essere umano del passaggio da una precedente vita “celeste”, edenica, alla condanna all’incarnazione e di conseguenza al decadimento e alla morte fisica: l’immortalità è persa, l’Età dell’Oro andata, la caduta dalla Grazia avvenuta.

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Puffetta come Pandora, creata per portare il caos nel mondo

Nel primo tipo di miti riportati, la morte ci appare come qualcosa la cui naturale conseguenza sia un’altra vita. La morte è una porta, un passaggio, e la storia di Hine-nui-te-pō e Māui può essere esemplare di come in alcune tradizioni questa “porta” fosse ben individuata e a quali misteri desse o non desse accesso.
Questa consequenzialità trasmette l’insegnamento della propria appartenenza a un ciclo, comunicandoci e proponendoci un senso di accettazione, di adesione a questa circolarità e alternanza.
Dal secondo tipo di miti, invece, emerge l’idea della morte come punizione alla quale si può solo rimediare ottenendo la ricompensa della vita eterna, della rinascita, ma chiaramente post mortem. Come per Gnostici e Buddhisti (e anche per i Dustmen, guarda caso), questa vita non è la vita reale, bensì solo un obnubilamento dell’anima, un sonno da cui risvegliarsi.

Detto con le parole di Allan Kellehear a proposito del racconto della Genesi:

nel nocciolo di questa storia della creazione locale si trova l’analogia arcaica di tutte le grandi storie su come la vita è morte e la morte è l’inizio della vita vera. I cicli della vita e della morte non sono semplicemente paradossi ermeneutici attraverso diverse culture umane, ma sono anche il modello narrativo fondamentale attraverso il quale tutte le grandi religioni spiegano come la morte è entrata nel mondo e, in effetti, è diventata il mondo.

Nella società odierna sembra che la trasmissione di questo tipo di mito sia stata abbandonata, o meglio, sostituita da un onnipresente retro-pensiero che ci fa vivere come se non dovessimo mai morire. Il progresso scientifico a braccetto con il consumismo ci invita a vederci sempre nella forma psico-fisica migliore, il massimo del problema di un’età avanzata è quale adesivo per dentiera ha una tenuta più durevole o come modificare l’accesso a scale e vasche da bagno (programmi di nicchia, questi!) Lo storico Philippe Ariès a questo proposito parla di “morte proibita”, della quale

una causalità immediata salta subito all’occhio: la necessità di essere felici, il dovere morale e l’obbligo sociale di contribuire alla felicità collettiva evitando ogni causa di tristezza e di noia, dandosi l’aria di esser sempre felici, anche se si tocca il fondo della desolazione. Mostrando qualche segno di tristezza, si pecca contro la felicità, la si rimette in discussione, e allora la società rischia di perdere la sua ragion d’essere.

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Pandora ignara precorritrice della pratica dell’unboxing

Una digressione su Pandora, il cui nome significa “tutti i doni”: la lettura classica del mito ci racconta come questa prima donna “mortale” (lo diventerà a tutti gli effetti dopo l’apertura del vaso) sia il motivo della comparsa di tutti i mali nel mondo degli uomini. Una figura a suo modo parallela a Eva, ufficialmente la prima donna, il cui nome ha il significato di “vita”, che causa la caduta sua e di Adamo.
Quello che mi colpisce è che gli dei creatori, attraverso “tutti i doni” e “vita”, fanno sì che l’uomo conosca la morte, quasi a lasciar intendere come questa sia intrinsecamente legata ad esse.
L’idea della morte come dono al genere umano probabilmente suona bizzarra, ma se Zeus avesse inteso diversamente, il nome di Pandora suppongo sarebbe stato un altro.

Simone ☠️💊💊

 

Colonna sonora dei miei deliri: Jex Thoth “Nothing left to die” e Agent Side Grinder “Last Rites”

L’immagine in apertura è la copertina de “La Morte di Capitan Marvel” di Jim Starlin, graphic novel di cui consiglio fortemente la lettura (anche solo del riassunto).

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