La Santa Muerte: Intervista a Paolo Cervigni

Gli anni ‘20 di questo secolo verranno ricordati anche per la pandemia di Covid-19 e già oggi si sprecano i parallelismi con l’influenza conosciuta come “Spagnola”. Forse più che in altri momenti degli ultimi due decenni ci percepiamo davvero dentro la Storia. Personalmente non credo in un cosiddetto “risveglio delle coscienze”, ma credo che un certo livello di consapevolezza, seppur a scadenza, lo stiamo raggiungendo tutti.
Viviamo un periodo in cui, almeno per alcuni, la riflessione sulla morte, sulla propria reale finitezza, su una prospettiva di vita proiettata non così distante nel tempo è diventata un pensiero ricorrente, quasi quotidiano. Nonostante ancora palesi esempi di negazione della possibilità concreta di lasciare questo mondo da un giorno all’altro, il famoso memento mori sta conoscendo una seconda giovinezza.

Accompagnato da queste riflessioni, mi sono deciso a intervistare Paolo Cervigni, fondatore e amministratore del gruppo Facebook “Tempio Italiano Santa  Muerte” per fare chiarezza su una tradizione la cui iconografia è immediatamente riconoscibile per chiunque, sebbene solo pochi abbiano idea di chi sia la Santa di cui parliamo e altri la conoscano per associazioni approssimative e inesatte con narcos e satanismo.

Ciao, Paolo. Partiamo subito con un po’ di storia personale: quando e come hai avuto il primo contatto con la Santa Muerte?
Intorno al 2007 mi sono ritrovato a fare da admin, insieme ad altri amici, su un forum online. Ai tempi i forum andavano per la maggiore. Si trattava di occultismo, esoterismo e religiosità alternative soprattutto legate all’ambiente che viene comunemente denominato LHP [“Left Hand Path”, Via della Mano Sinistra, NdR]. In quel periodo di grande effervescenza intellettuale e spirituale ho iniziato a cercare online informazioni riguardo il culto della Santissima Muerte, di cui avevo una vaga idea dovuta più che altro a qualche immagine adocchiata precedentemente online. In rete c’era ben poco a riguardo, in quel periodo, e in italiano praticamente niente. Considera che lo stesso altare pubblico di Alfarería di Doña Queta, a Tepito, è stato “aperto” nel 2001. Questo interesse, che era alla fine uno dei tanti che portavo avanti all’epoca, prese una strada diversa alcuni anni dopo quando feci un viaggio in Messico per approfondire, in realtà, un’altra tradizione magico/religiosa: il Palo Mayombe. Mi ritrovai in una ambiente in cui, fra i praticanti dei culti afrocubani che iniziavano a spopolare anche in Messico, (la Santeria, l’Espiritismo Cruzado, lo stesso Palo Monte…), il culto della Santa era diffuso un po’ dappertutto. Da qui seguì una formale iniziazione al culto da parte di una madrina e di un padrino e poi la storia è andata avanti…

Dove ha avuto origine il culto della Santa Muerte? C’è una sorta di dottrina riconosciuta e condivisa o esistono delle differenze?
Non credo sia questo il luogo per una disquisizione antropologica sulla storia del folclore del culto: porterebbe via troppo spazio. C’è da dire, comunque, che negli ultimi 10 anni è uscita una vera e propria messe di studi sia accademici che non: alcuni su tutti, fra i più celebri, quelli del dott. Andrew Chesnut. Le origini del culto, per quello che ne possiamo sapere, sono state studiate e ricostruite con una certa affidabilità, così come le influenze religiose o meno che lo hanno influenzato e, a suo modo, plasmato nelle coscienze del popolo che lo ha portato avanti. Nello stesso Tempio Italiano Santa Muerte, su Facebook, è possibile scaricare alcuni studi dalla sezione “File”. Per chi è interessato a questo genere di ricerca…

Comunque, una dottrina riconosciuta e condivisa non c’è. Ci sono dei “markers” universali, come ad esempio il “flavour” cattolico che permea completamente il culto, molto più forte di qualsiasi ascendenza precolombiana di cui molti parlano un po’ a vanvera. Ma il culto si presenta tutto sommato abbastanza eterogeneo, questo perché essendo essenzialmente popolare e scollegato da una gerarchia religiosa ufficiale non ha avuto mai una sistemazione da parte di un centro autoritario in materia di dottrina, liturgia ecc. Di fatto il culto non è riconosciuto dalla Chiesa cattolica che anzi lo ha apertamente osteggiato in più occasioni: c’è da dire senza molto successo visto l’enorme favore riscontrato dello stesso nelle classi subalterne messicane e non solo. Quello che qualche decennio fa avremmo chiamato il sottoproletariato.
In realtà, tuttavia, anche questa oggi è un’ottica sorpassata: da culto del popolino messicano, tutto rosari, candele accese e preghiere mormorate alla Morte nella ferma convinzione di star facendo qualcosa di assolutamente in linea coi dettami cattolici, oggi il culto si è aperto agli ambienti “intellettuali” dell’esoterismo americano ed europeo riscuotendo un buon successo, seppur di nicchia. Quello che era un culto come potrebbe essere quello di qualche santo popolare italiano (in Messico c’è una foltissima pletora di “folk-saints”), è oggi un culto estremamente ramificato sia geograficamente che socialmente. Il culto non è (solo) il culto dei narcos, dei banditi e dei fuorilegge: seppure in alcuni contesti sia ancora oggi legato alle fasce più deboli e disastrate della società. C’è da dire che questo, secondo me, ha una ragione anche sottile oltre quella grossolana. Quest’ultima è il senso di estromissione dalla Chiesa ufficiale percepito da parte dei credenti più emarginati: prostitute, carcerati, spacciatori che si rifugiano nel culto della Santa ricevendo quell’accoglienza che nella moralizzante Chiesa Cattolica non trovano. Quella sottile è che il culto alla Santa è il culto dei “chandala”, dei fuoricasta, degli impuri così come impuro è il cadavere e tutto il contesto legato alla morte. C’è una consonanza fra morte come “otherness” e difformità sociale.

Comunque, dicevamo, ci sono senza dubbio delle differenze interne, sì. Queste differenze si possono riscontrare fra il culto spicciolo, semplice e devoto del popolo del Mercato di Sonora che va a comprare una candela colorata alla bancarella di prodotti New Age del famoso mercato di Città del Messico, e le propaggini gnostiche ed ermetiche, intellettualmente raffinate, di alcuni gruppi esoterici chiusi.
Un esempio per tutti: i colori. I colori del mantello con cui si presenta la Santa Muerte sono molto importanti ed indicativi del genere di attività in cui la Santa si specifica, agisce e interviene sotto petizione del devoto. Ovviamente quando il culto è diventato in Messico un fenomeno di massa e quindi di mercato, il fiuto dei commercianti ha fatto nascere infinite sfumature di colori (più colori uguale più prodotti da vendere uguale più soldi da intascare) le quali avrebbero degli ambiti di azione anche piuttosto specifici. Sono state strategie di marketing e nulla più, create dal popolo per il popolo: per questo sono meno valide, visto che sappiamo da dove escono e chi se l’è “inventate”? Non so, non giudico. Secondo alcuni studi parrebbe che le prime forme della Santissima arrivate al pubblico, fuori dagli altari privati in cui il culto avrebbe latitato per secoli, siano legate alla magia amorosa, alla magia rossa per così dire: e anche questo, secondo me, ha un suo perché sottile ben definito. Io, personalmente, seguo una linea di trasmissione che riconosce solo tre colori principali (rosso, bianco e nero) che hanno precisi connotati metafisici e magici.
Però ecco, in realtà il fenomeno è oggi alquanto complesso ed eterogeneo.

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La Santa dai mille colori

Nonostante le diverse manifestazioni del culto, nella pratica devozionale esistono dei punti in comune e in cosa consistono?
Come dicevo, forse la cosa che accomuna i vari devoti alla Santa è appunto lo sfondo cattolico. Più o meno importante, più o meno “di facciata”, più o meno strumentale nell’avvicinamento a questa forma particolare di culto alla Morte che si è definita “così e così” in un tempo ed in uno spazio circoscritti: il Messico cattolico popolare.
Ripeto, in alcuni casi il Cattolicesimo è rimasto il cuore pulsante del culto e talvolta la devozione alla Madonna (di Guadalupe magari) e quella alla Santa quasi si sovrappongono. In altri casi quella è poco più che una cornice in cui la devozione alla Morte si dispiega.

La maggior parte della gente conosce la versione con saio nero e falce, quella del Tristo Mietitore, per intenderci, ma ho visto nel gruppo diverse rappresentazioni. Immagino esista un motivo per questa varietà.
Il motivo è la varietà stessa. L’iconografia classica è quella dello scheletro vestito con la tunica e con in mano il globo terrestre e la bilancia. Pare che questa immagine sia la più vecchia fra quelle riprodotte a stampa e nominate espressamente “Santa Muerte” trovate dagli studiosi. Poi, soprattutto in Messico e grazie al celebre gusto messicano per il kitsch, le immagini si sono moltiplicate: scheletri metallari in sella a motociclette, scheletri con “cuerno de chivo” (il kalashnikov) in mano che copulano con ragazze prosperose ecc. Di tutto.

In realtà se si vuole trovare il bandolo della matassa iconografica della Santissima occorre imbarcarsi in un viaggio di ricerca non poco lungo: viaggio che porta, passando dai carretti della Morte delle processioni del Venerdì Santo, all’iconografia cattolica degli ordini minori dei Cappuccini spagnoli del XVII secolo, fino alle “totentanzen” e alle rappresentazioni macabre tardo medioevali e ancora più giù fino all’oriente delle raffigurazioni buddiste dei corpi disfatti e di Smashana Adhipati [nome dato a una divinità, maschile o femminile, che governa lo “smashan”, il campo crematorio, NdR]. Una gran bella distanza anche in questo caso sia spaziale che temporale in cui la figura della Morte ha assunto innumerevoli forme di cui, con occhio storico, si osserva che quella della Santissima Muerte è solo una e più recente. Per me, ognuna di queste rappresentazioni iconografiche va più che bene: anni fa magari non era così ma oggi non sono più legato all’idea che la Santa Muerte sia quella messicana e basta. Ossia, la sua forma eggregorica, che è storicamente determinata e non di meno ha potere e forza è quella: ma questa è solo una delle molteplici forme che ha preso il culto della Morte nello spazio e nel tempo.
Un approccio gnostico ossia conoscitivo al culto prevede necessariamente questo genere di apertura e di, mi verrebbe da dire, comparativismo religioso che apre a orizzonti di conoscenza, sapienziali, che altrimenti rimarrebbero confinati in uno spazio oltremodo angusto.

Secondo te, avendo avuto origine in un contesto culturale ben preciso, quali caratteristiche presenta che le consentono di essere cultuata anche in altri paesi e da persone di diversa estrazione?
A questa domanda ho risposto implicitamente sopra. Lo specifico meglio. Il culto della Santissima Muerte nasce in Messico in un contesto culturale, religioso, sociale ben preciso. Ma poi questo può essere trasceso. Questo trascendimento avviene in due sensi.
Il primo è quello più superficiale di cui parlavo: il culto alla Santa Muerte si allarga a culto alla Morte e il praticante si ritrova in un contesto ben più esteso di quello iniziale ad esplorare (da studioso, da devoto e financo da mago) uno spazio fatto di universali piuttosto che di particolari.
Il secondo senso ha la sua radice nel rapporto che il devoto instaura con la Santa. Essa viene approcciata sempre come morte personale: ciò significa che il suo valore come strumento di conoscenza del sé passa di primo acchito dal confronto con il proprio morire e la propria finitudine. Questi sono i caratteri inalienabili della individualità. In tal senso l’individuo e il vero fuoco del suo essere, vengono a coincidere con la sua Morte e, ad un livello di esperienzialità, col suo morire. Questo rapporto di assoluta soggettività nell’ingresso al culto porta con sé un’esperienza con la Santa assolutamente personale, verrebbe da dire privata. In questo senso, seppur a mio avviso in una certa misura e non oltre, dunque, il culto è esportabile nel contesto di vita di chiunque a 360° qualsiasi sia l’estrazione sociale, il paese di provenienza e le credenze. La Morte è assieme assolutamente universale e assolutamente individuale e per questo approcciabile da chiunque.
In qualunque modo, si potrebbe chiedere? No, non esageriamo con l’attitudine punk. Ci sono delle costanti che sono quelle e non altre, e che si legano alle rivelazioni interne al culto.

Esiste una realtà italiana e si organizza in qualche modo, al di là di pagine e gruppi all’interno di internet?
Temo non ci sia una “realtà italiana”. Non c’è mai stata. Ci sono stati singoli individui: ricercatori indipendenti che hanno compiuto le loro ricerche dai punti di vista più disparati. Fabrizio Lorusso, autore di uno dei pochi libri sull’argomento in lingua italiana, ad esempio, adottando un approccio sociologico ed un taglio giornalistico. Altri come Mauro d’Angelo che scrisse un minuscolo libriccino sulla Santa in tempi non sospetti con un approccio decisamente magico/stregonico in tempi assolutamente non sospetti, stesso dicasi per Daniele Mansuino. Poi ci sono tutti i devoti che accendono candele, fanno rosari, fanno petizioni semplici… sono pochi e credo per lo più raccolti attorno alla pagina Facebook creata da me ormai quasi un decennio fa. Ognuno si accosta al culto come crede e io faccio lo stesso, seguendo un sistema che è di stampo iniziatico. Per questo ho anche dato alcune iniziazioni a fedeli italiani, cercando di indirizzarli ad un modo preciso di avanzare nel culto nel limite della libertà lasciata dalla propria morte personale, come spiegavo sopra.

Per approfondire, c’è qualche testo in particolare che consiglieresti?
Di libri ce ne sono molti, a questo punto. Il 99% del quale è immondizia. Quali sono i libri da leggere è la domanda che mi sono sentito rivolgere decine di volte, nel corso degli anni, da tutti quelli che entravano nel Tempio e volevano avere un’orientata. Di solito consigliavo quei pochi testi in italiano che ci sono e alcuni testi in inglese e spagnolo. Ma ultimamente mi sono stancato di consigliare libri: la carta è quasi sempre carta straccia. Leggere un libro non cambia le cose. È il rapporto vivo con la propria creaturalità che cambia le cose, non i libriccini con i ritualini fatti con le candeline. È un attimo a scambiare l’essenziale con l’accessorio senza neanche rendersene conto. Al più posso rispondere, cercando di essere il più onesto possibile, chiarendo come io faccio le cose, come io interpreto il culto e come mi sono mosso negli anni. In parole povere il mio approccio alla Santissima. Poi ognuno segue la strada che vuole o che può.

Da cosa è nata la decisione di aprire un gruppo Facebook dedicato alla Santissima?
Ero tornato da un breve viaggio in Messico in cui avevo ricevuto ufficiale iniziazione al culto. mi chiedevo se in Italia ci fosse qualcun altro e se si potesse fare qualcosa a livello collettivo, magari sul modello messicano: sai, un altare pubblico da qualche parte ecc. Che ingenuità! In realtà il gruppo non ha mai riscosso troppo successo: ogni tanto arriva qualcuno, fa qualche domanda e poi scompare. Di solito è così. Poi con gli anni ho cercato comunque di fare qualcosa di partecipativo: ogni mese sono indetti tre rosari da fare tutti insieme, o comunque da chi vuole, per celebrare i tre aspetti della Santissima nei suoi tre colori di Roja, Blanca e Negra. In passato è approdato nel Tempio qualche fedele del San La Muerte argentino, uno dei “fratelli” sudamericani della Santa, ma questo è un altro discorso.
Comunque la partecipazione è rimasta sempre molto limitata. Sarà che l’Italia è un paese sui generis: non subiamo il fascino del gotico come gli anglosassoni e siamo quasi immuni da quella mediterraneità macabra degli spagnoli, per dire. Di fatti in Spagna il culto ha avuto altri sviluppi. Lì ad esempio è stato fondata la “Iglesia Gnostica de la Santisima Muerte” da un ex legionario spagnolo mio amico che, decenni fa, girò l’America Centrale e Meridionale. Non so quanti iniziati conti l’Iglesia ma la sua stessa esistenza è un esempio di quanto possa essere vasto il panorama della devozione alla Santa. ¡Que viva la Muerte!

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La Blanca

È il momento per qualche domanda più personale. Nella quotidianità, la tua pratica permea ogni aspetto della tua vita? In che modo?
Forse, sì. Ci sono i singoli atti devozionali, c’è la costruzione e il mantenimento di un altare costruito in una certa maniera che è parte imprescindibile del culto per come lo seguo io. Ci sono anche gli atti magico-stregonici che si possono fare sotto l’egida della Santa: “amarres” [“amarre de amor”, un tipo di fattura amorosa per legare, NdR], “alejamientos” [un tipo di fattura per allontanare o rompere una relazione, NdR], malefici. Sono cose che si fanno ma sono solo un aspetto del culto: quello operativo, pratico. Per alcuni più importante, per altri meno: credo alla fine dipenda solo dalla tendenza personale.
Certo il punto a cui si dovrebbe arrivare è una specie di karma yoga in cui ogni singola azione quotidiana è ispirata alla presenza del divino che è la Morte in noi. Scrivevo in passato che il pensiero del morire è un albero dai mille frutti: può portare al libertinismo più sfrenato come all’ascesi e alla rinuncia più severa. Dipende da quale lato si guarda la cosa. È importante dunque che, ad un certo punto, la “meditatio mortis”, che è una vera e propria forma di devozione all’interno del culto, sia veramente meditazione sulla Morte e non meramente sul morire. Questo trasforma il culto in una via mistica, di prossimità permanente con l’energia divina della Madre Morte. In che modo questa cosa ha cambiato la mia vita? Mah, io sono solo un “semplice ed umile lavoratore nella vigna della Morte”: ciò che faccio o non faccio è ininfluente. Morire è una faccenda personale: occorre guardare alla Luna e non al dito.

Rispetto a quanto detto poc’anzi, quindi, che rapporto hai con la malattia, il morire e la morte vera e propria?
Credo di aver risposto sopra. Il morire e la Morte sono due cose diverse, non tocca sovrapporle: non al 100% almeno. La malattia, il morire… dato il lavoro che faccio mi è capitato spesso di essere vicino a malati e morenti. Ogni morente è un risvegliato, diceva Frank Ostaseski. La prossimità della Morte risveglia la buddhità in noi: la coscienza luminosa che fissa negli occhi la nostra natura impermanente. Lo scheletro che ci fissa dalle immagini della Santissima è sempre il nostro: è uno shock.

Quando si parla di aldilà, tu come te lo immagini? Hai una tua idea personale di mondo dell’oltretomba oppure, vista la forte influenza cattolica sul culto, hai una visione più vicina alla tradizione cristiana?
In realtà nel mio caso il culto alla Santa, con gli anni, mi ha portato lontano: ad Oriente e vicino all’Induismo. Il culto alla Santa, per come lo vivo io oggi, è più vicino al culto di Kali o di altre forme della Devi del Sanatana Dharma [nome originale dell’Induismo, oggi solo associato ad esso, NdR] che al Cattolicesimo. Dunque anche la mia visione dell’aldilà è orientata in tal senso. Ma in fondo, non si sa un cazzo: io non sono mai morto dunque certezze non ne ho.
Il culto insegna che esiste, questa sì tradizione cattolica con radici ancor più antiche, una buona morte e una cattiva morte: la “morte seconda” come la chiamava San Francesco. Si prega la Santa Muerte per una buona morte, propria o di altri. Tuttavia, nel culto, una buona morte è una morte in cui l’anima viene rimessa in circolo nel circuito trinitario della Santissima e affinata sulla sua “incudine ontologica”. Ma qui, e non lo dico senza una dose di ironia, ci approssimiamo ai segreti iniziatici, e quindi taccio.

Hai parlato dell’esistenza di una gnosi con tanto di trasmissione e di pratiche non solo devozionali bensì anche magiche. Ci illustreresti in maggior dettaglio questi due aspetti del culto? Sono elementi che si compenetrano inscindibilmente o possono essere vissuti separatamente dal devoto a seconda del sentiero che sente di voler percorrere?
Gli elementi si compenetrano ma sono al contempo scindibili. Ossia la parte magico-stregonica c’è: tutto il mondo è paese. Ovunque ci sia l’accoppiata popolo e devozione religiosa, ci sono forme di intervento sul reale che passano dalla manipolazione, più o meno consapevole, dell’invisibile. Questo dalle forme di teurgia più sofisticata alla devozione più semplice, del tipo accendo la candela e chiedo a San Gennaro di aiutarmi con il lavoro. Il culto copre tutto questo: dalla richiesta fatta nella maniera più semplice possibile, ai riti simil-chöd in cui si affrontano gli spettri della propria mortalità.
Il discorso è sempre lo stesso: il Santo Angelo Guardiano è la propria Morte. Il dialogo con essa come centro pulsante del proprio essere è l’essenziale. Strutturare un rito di propria idea e poi attuarlo può sembrare un’idea un po’ naïf e caota [cioè che si riferisce alla Chaos Magic, NdR] , ma finché rispetta questa sorta di onestà spirituale va tutto bene.
Dunque i due aspetti si compenetrano nella misura in cui l’agire magico si fonda su un sapere metafisico che imposta quello tecnico/operativo, per altro molto semplice, e che il culto alla Santa condivide ampiamente con altre forme di stregoneria: utilizzo di erbe, piante, terre, pietre, ossia, immagini ecc.
Tuttavia questi aspetti sono anche separati in quanto se un devoto non sente il bisogno di fare alcunché di pratico non è assolutamente necessario che si metta a pasticciare con “amarres”, “limpias” [lett. pulizia, pratiche per purificare, NdR] e simili. L’importante è “incendiarsi nella preghiera”, come diceva Aleister Crowley: che poi non significa altro che avere una devozione vera.
La conoscenza delle meccaniche interne al culto, il suo aspetto gnostico, si fonda sulla sua Trinità e su un sistema divinatorio unico nel suo genere che viene usato sia, appunto, come mezzo di divinazione, sia come strumento per approfondire la comprensione dei meccanismi interni alla Trinità della Santissima e dei suoi significati teologici.

Per concludere e congedarci, Paolo, ci nomineresti o citeresti un’opera d’arte che ami il cui tema sia legato alla morte?
Beh, ne potrei citare veramente migliaia. Ma visti questi giorni di pandemia prenderò qualcosa in tema. Scelgo uno dei carretti della morte di Doña Sebastiana portati in processione, ai bei tempi, nel Nuovo Mexico: è la Muerte Flechada, debitrice del culto di San Sebastiano che si diffuse in Europa durante la peste nera. Questo è un altro filo iconografico interessante da seguire: la morte dispensatrice di frecce pestilenziali dei Trionfi della Morte medioevali > San Sebastiano/Cristo Flechado > Doña Sebastiana > Santissima Muerte… di cui poi, l’iconografia “flechada” (ossia munita di frecce) è arrivata ad essere uno degli aspetti “irati” della Santa.

Un aspetto che possiamo osservare con esterrefatta meraviglia in questi giorni cupi.

dona-sebastiana santa flechada
Doña Sebastiana

Grazie, Paolo, per aver accettato di dedicare del tempo a questa intervista e per avere aperto uno scorcio su una realtà che personalmente trovo affascinante.

Come sempre, vi lascio il link per gli approfondimenti. Vi consiglio caldamente di chiedere l’ammissione al gruppo “Tempio Italiano Santa Muerte“.

 

Simone ☠️💊💊

 

Crediti per le immagini utilizzate:

Santa Muerte (immagine di copertina) – Luis A. De Jesus Photography

La Santa dai mille colori – articolo di Fabrizio Lorusso (autore sconosciuto)

La Blanca – Deviant Art, autrice majestikasf13 (non accertata)

Doña Sebastiana – Brooklyn Museum, autori “Los Hermanos Penitentes”

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