In questi giorni mi sono incazzato con mio padre. Ritengo di aver ragione ad essermi arrabbiato, e volendo usare le definizioni del coaching ontologico, se metto a confronto i fatti (quello che ricordo io) e le opinioni (quello che sostiene mio padre), il gioco diventa a somma zero. E la ragione ci mostra il dito medio.

Col carattere che sono in grado di sfoggiare in situazioni come questa, inizialmente la mia reazione è stata di interrompere le comunicazioni a tempo indeterminato.
Poi questa mattina al bar, ripensando ai sogni della scorsa notte, ho avuto l’illuminazione da caffeina: non è questa la strada da intraprendere. Va decisamente contro il senso di tutto quello che sto facendo riguardo al discorso sulla morte e il morire, incluso questo blog.
Senza sfociare nella paranoia o nell’angoscia esistenziale, il semplice pensiero che se uno di noi due morisse oggi, l’ultimo rapporto avuto sarebbe un’incazzatura, una ripicca, un’incomprensione, mi ha fatto rivedere le priorità.
Questo non significa che passerò sopra i motivi della mia rabbia o che non gliela esprimerò. Significa che non gli chiuderò la porta in faccia (due giorni sono più che sufficienti) e che, anzi, questa è un’ottima occasione, se non per entrambi, almeno per me, per ridefinire rapporti e comunicazione.
Anche questo ritengo sia un buon modo di prepararsi ad un lutto: lasciare giù la zavorra del risentimento e del rimpianto.
Simone ☠️💊💊

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