L’espressione nietzschiana “Götzen-Dämmerung” (il Crepuscolo degli Idoli) mi è sempre piaciuta e la riporto qui anche se non c’azzecca perché chissà quando mi ricapita l’occasione.
Passano gli anni e ho l’impressione che la morte di personaggi che conosciamo e amiamo sin dalla nostra infanzia e adolescenza ci colga ancora sorprendentemente alla sprovvista. Vero e assodato è che, ad esclusione di pochi, non si passa le giornate focalizzati su temi quali malattia, vecchiaia e morte.
Tuttavia quando uno dei nostri idoli muore, in particolare se per cause legate alla malattia o all’età (e possono andare di pari passo), noto in rete manifeste reazioni di sconvolgimento. Legittime, lungi da me sostenere che non lo siano.
Penso però che ci sia un fattore anagrafico per cui non ci dovremmo stupire più di tanto. Invecchiamo tutti, chi meglio chi peggio, e la forbice della differenza di età tra noi e chi “cultuavamo” si stringe.

Io ho quasi cinquant’anni e mi sento già addosso l’atteggiamento di quello che passa in rassegna i necrologi affissi in paese e sospira pensando “nooo, con quella ci ero andato a scuola….” e “ma dai, con quell’altro ci avevo suonato!”.
Scorrere la home di Facebook (immagino che in Twitter l’esperienza sia simile) di questi tempi è un po’ questo: tristemente gli annunci di decessi di personaggi più o meno noti è costante e le manifestazioni di cordoglio altrettanto.
Mi domando quanto sia generazionale anche l’esposizione continua a questa categoria di notizia, quanto più velocemente veniamo raggiunti (e quanto abbondantemente investiti), oppure se grazie all’industria dell’intrattenimento non si siano appunto moltiplicati i potenziali idoli da venerare e, in seguito, piangere. Quanto poteva essere diverso mezzo secolo fa, per dire?

C’è forse in corso un fenomeno di “infodemia del necrologio” di cui ancora non ci siamo resi bene conto, un flusso costante che ci permea diversamente a livello psicologico rispetto al confronto con le vittime di guerra o, per rimanere nell’attualità più vicina, con le vittime della pandemia.
Empatizziamo con maggiore e improvviso slancio verso/nei confronti di personaggi che abbiamo introiettato sin dalla nostra giovinezza e su cui abbiamo costruito i nostri personali miti.
Più difficile entrare spontaneamente in contatto con persone sconosciute, distanti, immerse in realtà che ci sono per lo più aliene e per le quali lo sforzo immaginativo è più impegnativo, trattandosi di scenari (guerra, carestia…) a cui non siamo avvezzi, che anzi aborriamo se non addirittura releghiamo in un angolo lontano e buio della nostra percezione.
Soundtrack neofolk:
In Gowan Ring – Moonlit Missive #32 “As ships go by”

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